Sostenibilità sociale della bioraffineria: l’accettabilità sociale
Abstract
Uno degli ostacoli più rilevanti allo sviluppo del settore delle bioraffinerie è rappresentato dall’opposizione sociale che le scelte di localizzazione dei relativi impianti possono generare presso la popolazione locale. L’opposizione, indice di mancata accettabilità sociale (AS), può essere esternata da parte della popolazione residente attraverso una serie di manifestazioni di dissenso, che possono andare dall’organizzazione di comitati contro, che presiedono a varie tipologie di manifestazioni (sit in, blog, cortei, petizioni, referendum, ecc.) a veri e propri gruppi di pressione che sollecitano le autorità locali e regionali ad imporre vincoli e controlli particolarmente stringenti o invasivi (es. richieste di approfondimento di studi di impatto ambientale, emendamenti al progetto, richieste di ispezioni, variazioni dei siti di insediamento, ecc.). Nel settore specifico degli impianti a biomassa solida, la mancata AS si traduce in un incremento consistente dei costi d’impianto. Secondo Rakos (1998), l’incremento dei costi dell’investimento iniziale può raggiungere il 30% del valore. Tale incremento può essere generato dalla modifica dell’ubicazione dell’impianto, dall’obbligo di rispettare ulteriori requisiti al fine di ottenere la concessione delle licenze, dalla riduzione delle vendite di calore (o di energia elettrica), dai mancati ricavi originati dall’allungamento dei tempi di approvazione e/o di modifica del progetto d’impianto. La portata del fenomeno, rispetto al settore delle agro-energie in Italia, è ben documentata attraverso l’attività del Nimby Forum e dalla letteratura. Quest’ultima risulta, tuttavia, ancora carente rispetto alla piena comprensione delle dinamiche dell’AS. Le ragioni di tale carenza risiedono soprattutto nel fatto che le determinanti dell’accettabilità, che implicano l’interazione di fattori personali, psicologici e contestuali, raramente sono considerate nel loro insieme (Lopolito et al., 2012). Inoltre, l’intensità delle resistenze da parte delle comunità locali può variare in funzione delle caratteristiche socio-culturali ed economiche delle comunità interessate (Lopolito et al., 2012). Al fine di colmare questa lacuna, il presente contributo si propone di individuare le “buone pratiche” che favoriscono l’accettabilità a livello di comunità di bioraffinerie che, in base al Decreto Interministeriale dell’ottobre 2013, sono “impianti, ricadenti in unico sito, dedicati alle lavorazioni e alle trasformazioni necessarie ai processi di conversione della biomassa di natura chimica, fisica o microbiologica al fine di produrre biocarburanti, prodotti biochimici ad alto valore aggiunto e bioenergia”. Nel paragrafo 2 definiremo il concetto di AS di una tecnologia, nel paragrafo 3 illustreremo le problematiche e le determinanti connesse alla mancanza di accettabilità, mentre nel paragrafo 4 descriveremo la metodologia, volta ad individuare le buone pratiche che favoriscono l’AS di bioraffinerie, che adotta un approccio basato sull’analisi di casi studio. Nel paragrafo 5 analizzeremo il caso di un progetto d’impianto a biomasse da localizzare nella provincia di Foggia. Inoltre nel paragrafo 6 delineeremo i risultati e infine nell’ultimo paragrafo faremo alcune considerazioni conclusive.
Autore Pugliese
Tutti gli autori
-
De Meo E. , Prosperi M.
Titolo volume/Rivista
Non Disponibile
Anno di pubblicazione
2014
ISSN
Non Disponibile
ISBN
Non Disponibile
Numero di citazioni Wos
Nessuna citazione
Ultimo Aggiornamento Citazioni
Non Disponibile
Numero di citazioni Scopus
Non Disponibile
Ultimo Aggiornamento Citazioni
Non Disponibile
Settori ERC
Non Disponibile
Codici ASJC
Non Disponibile
Condividi questo sito sui social